I malati di mente non possono lavorare!

Numerose ricerche scientifiche affermano che il lavoro contribuisce al nostro benessere, per cui anche i malati di mente possono lavorare. La maggior parte delle persone che chiedono aiuto per la propria sofferenza psichica sono produttive, inserite socialmente e capaci di raggiungere risultati anche di alto livello utili nel recupero del proprio stato psicofisico (1).

Ciò che è importante ricordare è che chi soffre di malattie mentali ha delle capacità e delle propensioni che vanno assecondate nella scelta di un lavoro o di un’attività di volontariato (si può svolgere un’attività sentendosi gratificati anche senza remunerazione!).
I principali benefici dello svolgere un lavoro sono: stabilità finanziaria, routine giornaliera, senso di attività strutturata, attività e supporto sociale, ambizione personale, sensazione di utilità, status e identità. Contestualmente, l’essere disoccupati produce stress maggiore, mancanza di autostima, emarginazione, isolamento sociale e affettivo, incapacità nella gestione delle relazioni interpersonali, rischio aumentato dell’uso di sostanze nocive e di sviluppare o di peggiorare una patologia mentale (2).
Le principali barriere all’impiego di soggetti con problemi di salute mentale sono rappresentate sia dall’inadeguatezza delle offerte lavorative che dalla complessità di fornire team di supporto, ma soprattutto da stigma e discriminazione.
C’è, inoltre, una consapevolezza ormai crescente che la disabilità non è solo frutto delle condizioni di un individuo, ma anche dell’ambiente che lo circonda. Rompere queste barriere rappresenta la chiave per migliorare l’integrazione economica e sociale degli individui con problemi di salute mentale (3).

1. National Alliance on Mental Illness (NAMI). Road to Recovery: Employment and Mental Illness. 2014
2. Canadian Mental Health Association. Let’s discuss: Unemployment, Mental Health and Substance Use. Info sheets 2014 
3. Gaston Harnois, Phyllis Gabriel. Mental health and work: Impact, issues and good practices. World Health Organization, 2002